Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/136

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lucifero

Mi assegna il fato un breve istante, e poco
Forse è a morir, chè omai la morte è stanca.
Mira: in un cerchio di strage e di foco
Ne serra il vincitor da destra a manca;
55Pria che cedere a lui questa mia spada,
Lascia ch’io pugni, ed imperando io cada! —

    — Non è ancor tempo di morir, riprese
L’Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
Mente non ha chi dell’avverse imprese
60Non sostien l’ira, e all’avvenir non guarda.
Uom, che a gloria verace il core intese,
Spregia il fulgor d’una virtù bugiarda;
Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.

    65Non io, che la superba alma fiaccai
Nelle mobili dune al fermo Ibero,
Non io, quel dì che il mio destin mirai
Di Marindàl sui piani avverso e nero,
Piansi perduto il mio nome, o spronai
70Negli abissi di morte il mio destriero;
Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
Ad imprese più belle, attesi e vinsi.

    Cedi così. Nè libero, nè solo,
Come al comando, oggi al morir tu sei:
75Di generosi petti inclito stuolo
Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
Freme la patria tua, che mira al suolo
I figli suoi; questi almen serba a lei;
S’ella ha piagato il cor, la fronte rossa,
80Abbia almen chi per lei combatter possa!

    Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
Sorge ne l’ira il popol tuo rubello;



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