Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/88

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lucifero


    Così dicendo, all’odorato lembo
Delle vesti di lei dolce si appiglia;
Ella pavida in atto, al vergin grembo
Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
85E qual fussia gentil, che dopo il nembo
Scote la pioggia, e al Sol più s’invermiglia,
Stillante di pudor la faccia bella,
Senza il fronte levar, così favella:

    — Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
90Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
Deh! chi mai la possente arte ti apprese
Del suave parlar, ch’apre ogni petto?
Ben questi alberi muti e le scoscese
Rupi verrían commossi a tanto affetto,
95E amor risponderían, d’amore istrutti,
Le dure querce e gl’infecondi flutti.

    Ma qual amor vuoi tu, ch’apra e rallegri
Il fior di questa mia povera vita,
Se le gioie del mondo e i giorni allegri
100Par ch’abbian del mio cor la via smarrita?
Qui passan gli anni miei romiti e negri,
E m’è la speme del morir gradita;
Chè sol di là da quest’oscuro esiglio
Vede l’anima un porto e un astro il ciglio. —

    105Tal parla, e in verginale atto la faccia
Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
E minacciar volea, ma la minaccia
Le morì su le labbra in un sospiro.
Ebbro, anelante, con aperte braccia,
110— Ah! no, risponde il Pellegrin deliro,
Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
Senza luce d’amor viver non déi.



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