Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/89

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canto quinto


    No, non fia ver, che senz’amore al mondo
Volga tua vita abbandonata e sola,
115Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
Quant’alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
La forte ala d’amor penetra e vola;
Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
120Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.

    Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
Raggio di sole e manto irto di neve,
Vol di farfalla e profumo di fiore,
Tutto passa così rapido e lieve;
125Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
E l’istante d’amor forse è il più breve;
Oh! la vita e l’amor, cara fanciulla,
Il tutto è un’ora, oltre quell’ora è nulla.

    Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
130Sia valle o mar, vivrem l’un l’altro appresso;
Non v’è serto miglior d’un bacio in fronte,
Non v’è laccio miglior d’un primo amplesso;
Ci specchierem dentro alla stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
135Come ad olmo consorte edera o vite
L’alme unirem sovra a le bocche unite! —

    Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
Chiuse le aperte braccia, e i labbri porse;
E un’armonia suonò per l’aer vano,
140Ch’armonia parve, e baci erano forse.
Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
Balzo a schiarar quelle due fronti accorse;
E negli occhi dell’un, qual fior in lago,
Specchiar l’altro mirò la propria immago.



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