Pagina:Lucrezio e Fedro.djvu/247

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Lib. IV. Fav. XXV. 233

     Nè a la porta più alcun giovin si trova.
     Come ciò si riseppe, ognun s’avvide
     Che gli Dei fur que’ due, che per mercede
     De’ loro encomj, gli donar’la vita.35


FAVOLA XXV.

Il Poeta.


MOlto ancor mi rimane, e ad arte il lascio
     Pria perchè esser grave ad un, cui molte
     E varie ingombran cure, io non rassembri,
     Poscia perchè s’a caso ad altri è in grado,
     5Cotai studj seguir, abbiane il come.
     Benchè sia ricca la materia in guisa,
     Che mancar questa anzi che possa a noi,
     Mancar vedrassi chi il lavor ne imprenda.
     Quel premio, che a la nostra brevitade
     10Promettesti, io richieggo, e quel che in voce
     Voler darmi dicesti, al fin mi dona.
     Ogni dì più si fa morte vicina,
     E quando mi prolunghi i doni tuoi,
     Tanto ne ruba il tempo, immantinente
     15Se li rechi, più ancor godronne il frutto.
     Finchè un po’ dunque mi riman d’etade
     Or or mancante, il tuo soccorso appresta.
     Che pro, se mi sovvenga, allor che morte