Pagina:Maffei - Verona illustrata I-II, 1825.djvu/56

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26 dell’istoria di verona

(lib. 4) l’attribuisce a’ Boj: ecco però com’altra città non ebbero gl’Insubri che Milano da loro edificato. Or come dunque i soli Cenomani dovean distinguersi talmente da tutti gli altri Galli con occupar più città e tanto paese, quando ad essi appunto ciò competea molto meno, perchè non vennero in molta turba, non essendo passato in Italia il popol tutto, ma conservato sempre il nome e la nazion loro oltra l’Alpi? Venne una partita, come da Tito Livio (lib. 5: Cenomanorum manus) s’impara, cui sortì d’annidarsi col favore di Belloveso e degl’Insubri. Nè bisogna immaginarsi che venissero quelle genti allora a cercar dominio, ma pane, che lor mancava per la moltitudine ne’ lor paesi, cioè terreno da coltivar per nodrirsi, contente però, quando n’aveano a sufficienza occupato. Insegna Strabone (lib. 5), li tre più considerabili tra’ popoli Gallici cisalpini essere stati Insubri, Boj e Senoni: a tempo suo le genti considerabili in tutta questa parte d’Italia erano Veneti, Insubri e Liguri. De’ Cenomani infatti, come di piccol popolo, dopo il dominio Romano si sperse e si smarrì anche il nome. Tacito, che tanto parla del lor paese nella guerra di Vitellio, tal nome non usò mai. Non così quel degl’Insubri, che continuò sempre, nominando la region loro Appiano (Liv. l. 5) in tempo de’ Triumviri, Tacito (Ann. lib. 11) in tempo di Claudio, e dell’avo di Didio Giuliano dicendo Sparziano ch’era Insubro Milanese.

Che Brescia e Verona da nazioni diverse tenute già fossero, e quella da Galli, questa