Pagina:Maineri - L'adolescenza, Milano, 1876.djvu/20

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Ecco la lettera:

«Carissimo fratello, ti scrivo colla massima segretezza (un’ora dopo tutto il villaggio sapeva a memoria la lettera), desiderando di passare in pace due giorni in seno della famiglia, che non rivedo da tanti anni e respirare un po’d’aria paesana nel mio caro villaggio nativo. Stanco d’una vita irrequieta e tumultuosa, stomacato delle umane passioni che amareggiano la vita pubblica, vengo a ritemperarmi al patino focolare, che mi rammenta gli anni fidici della prima gioventù. Dopo le Cinque giornate di Milano sono entrato nell’esercito, ho fatto, come sai, una lunga e faticosa carriera nella milizia, poi essendo passato nel corpo diplomatico ho soggiornato in lontani paesi, fino che il voto dei miei elettori mandandomi in Parlamento, un bel giorno, o per meglio dire un brutto giorno, mi sono trovato non so come ministro!... E in tanta baraonda d’affari sono diventato vecchio senza ritornare al paese a respirare un po’ d’aria sana e vitale, della quale ho tanto bisogno. Appena finita la mia corsa turbinosa attraverso i congressi, le feste centenarie, le inaugurazioni di monumenti, le esposizioni e i concorsi agrari, spero di poter sottrarmi un paio di giorni agli affari pubblici, prendere un poco di riposo, rivedere finalmente la casa paterna, e stringervi tutti al mio seno. Come puoi immaginarti, sono ristucco di folle plaudenti, di bandiere spiegate, di musiche tuonanti l’inno nazionale, e specialmente di discorsi dei sindaci. Ne ho una vera indigestione. Mi farai dunque il sommo favore di tener segreto il mio arrivo per evitarmi ogni specie di dimostrazione paesana. Mi raccomando!...