Pagina:Malombra.djvu/167

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alcune gravi come questa: se avesse mai sofferto di nostalgia; alcune puerili come quest’altra: se ricordasse il colore della tappezzeria del salottino dov’ella aveva dormito e sognato di lui per dodici anni. Al povero Steinegge si spandeva nel petto una dolcezza ricreante, un calore di orgoglio. Raccontando ad una ad una le sue tribolazioni alla giovinetta che ne palpitava e ne piangeva, quel che aveva sofferto gli pareva niente a fronte della consolazione presente.

Un suono di campane passò sul Palazzo, andò a echeggiare nelle valli, a perdersi nei fianchi selvosi dei monti. V’era l’indomani una sagra in Val...

— Perchè suonano, papà?

— Non lo so, cara — rispose Steinegge. — Die Pfaffen wissen es, il pretume lo sa. — Appena pronunciate queste parole, sentì di áver detto male e tacque. Tacque anche Edith.

Il silenzio durò qualche minuto.

— Edith — disse finalmente Steinegge — sarai stanca non è vero?

— Un poco, papà.

Era sempre tenera quella cara voce argentina; Steinegge si consolò.

Era sempre tenera quella voce, ma vi suonava dentro stavolta una nuova corda delicatissima, mesta, appena sensibile. Poi che Steinegge si fu congedato con un bacio, Edith tornò alla finestra e parve parlare a lungo con Qualcuno al di là delle nubi. Intanto suo padre non poteva trovar posa. Tornò cinque o sei volte a picchiar all’uscio per chiederle se avea acqua, se aveva zolfanelli, a che ora voleva essere svegliata, se le dovevano portare il caffè, se desiderava questo, se desiderava quello. Fu tentato di coricarsi lì all’uscio, come un cane fedele; finalmente, poco prima dell’alba, andò a coricarsi bell’e vestito sul suo letto.



Malombra. 13