Pagina:Malombra.djvu/226

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— Che Le pare di mio cugino? — domandò Marina senza curarsi di quella risposta, come se non potesse pervenire sino all’altezza sua.

— Non lo conosco.

— Non lo ha visto, non lo ha udito parlare?

— Oh, sì.

— Rema — disse Marina al Rico, battendo forte un piede sul fondo della lancia. Udendo parlare di Nepo, quegli porgeva la sua testolina curiosa e muoveva appena le braccia. All’ordine di Marina rise arrossendo, poi fece il viso serio e diede due gran colpi di remo cacciando indietro a destra e a sinistra due gran vortici di spuma. Tacendo le signore, cominciò lui a metter fuori qualche parola, nomi di paesi e di montagne. Marina aveva ripigliati i cordoni del timone e non gli badava. Edith gli fece delle domande; allora la sua parlantina ruppe gli argini. Dai monti di Val... si udiva, di quando in quando, un fioco squittir di bracchi portato dal vento. Il Rico spiegò ad Edith che quelli non eran cani, ma spiriti, gli spiriti della Caccia selvatica. Chi si fosse abbattuto a vederla doveva morire entro pochi giorni. Edith si compiacque di ritrovare la tradizione tedesca, e domandò se ci fossero strade per quei monti. Il ragazzo rispose che v’erano dei sentieri, fra i quali uno buonissimo che si poteva prendere per ritornare a piedi dall’Orrido al Palazzo.

Intanto la lancia passava davanti a Val Malombra, radeva l’alto promontorio coronato di selve. L’acqua vi era profondissima sotto gli scogli protesi. Il Rico sosteneva che il lago vi s’inabissava dentro caverne smisurate, perchè sopra quegli scogli v’era una buia fessura, detta il Pozzo dell’Acquafonda, dove gittando pietre le si udivano schiaffeggiar l’acqua. E cominciò a dire come converrebbe esplorar quelle caverne occulte. Marina si impazientì e lo fece tacere.

Saetta entrò poco dopo nell’ombra, approdò fra due