Pagina:Malombra.djvu/279

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tutta imbrattata di nomi, di date, di caricature e aveva scritto attraverso le file delle coniugazioni:


                    Su nell’irto, increscioso Alemanno,
                    Su, Lombardi...
                

Dopo qualche momento di silenzio l’uscio cui aveva dianzi accennato Steinegge si schiuse adagio, adagio. Silla si alzò in piedi. Al rumore della sua sedia l’uscio si chiuse da capo.

— Molto bene, caro amico — disse Steinegge posando il quaderno. — Voi scrivete più bene che io il carattere tedesco. Non è credibile come il piccone e il badile mi hanno rovinata la mano. Sapete, in Svizzera.

Steinegge ripose gli occhiali nella busta, si accomodò la cravatta e si alzò.

— Caro professore — disse Silla — siamo alla dodicesima lezione.

— Ebbene?

Silla trasse dal portafoglio un piego.

— Oh! — esclamò Steinegge, voltandogli le spalle e correndo per la stanza a capo chino e a braccia aperte. — Das nehme ich nicht, das nehme ich nicht! Non voglio, non voglio!

— Ma come? Non vi ricordate i nostri patti?

— Oh, caro amico, io sarei vile di prendere il vostro denaro. Io voglio chiamare mia figlia.

— Fermo! Se non accettate, esco di qua e non ci vediamo più.

— Date, date, date a me questa maledetta canaglia di soldi. Voi non volete un piacere da un povero vecchio amico.

— No, non lo voglio, sono orgoglioso, ho un cuore di ferro.

— Oh, voi avete un cuore molto meglio che di oro, e anche io. So che mi amate; prenderò. Ma perchè studiate questo tedesco?