Pagina:Malombra.djvu/282

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— Io ringrazio... — ripetè con voce soffocata e stese, tacendo, l’indice della destra prima verso il quadrettino dai capelli biondi, poi verso la stanza di Edith. Finalmente lo alzò al soffitto.

— È Dio — diss’egli. — In passato io credeva vi fosse là, sopra le nuvole, un re di Prussia.

Qui Steinegge scosse violentemente il pugno sempre a indice teso.

— No, no, credete me — soggiunse.

— Io l’ho creduto sempre, caro Steinegge — rispose Silla. — Guai a me se non lo credessi.

— Se voi sapeste — disse Steinegge — come sono contento! Alle volte ho paura perchè lo sono troppo e non lo merito, oh no! Ma poi mi consolo perchè tutto il merito è di mia figlia. Oh, mia figlia, caro amico!...

Steinegge giunse le mani.

— Io non posso — diss’egli — questo mi muove troppo il cuore di dir cosa è mia figlia.

— Lo credo — disse Silla stringendogli forte la mano.

— La conosco.

— No, no, voi non conoscete niente. Bisogna sentire come parla con me di queste cose di che parlano i preti. Pensate, i discorsi dei preti sono cattivi organetti, e questi di Edith sono come musica che si sente in sogno quando si è giovani. Noi andiamo qualche volta in chiesa, ma noi non parliamo mai di preti. E di arte come intende, oh! Io nasco adesso per quest’arte; io non capivo niente. Siamo andati ieri... Come si dice? A Brera, a Brera. Pensate voi se aveste ad aprire adesso un libro tedesco, qualche grande libro come Goethe. Voi capireste otto, dieci parole per pagina. Questo vi farebbe senso. Vi farebbe battere il cuore di cominciare a vedere otto o dieci lumi nelle tenebre, e andreste pensando cosa può dire Goethe in quella pagina. Così ha fatto senso a me, ieri, di cominciare a capire, ascoltando Edith, qualche cosa di quadri. E di letteratura, mio caro amico! Questo