Pagina:Malombra.djvu/290

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speranza lontana. Non gli toccava il cuore udir parlare del lago e delle montagne; nessuna voce del passato si ridestava in lui.

— Non scrive altro quel signor curato? — disse egli a Edith.

— Null’altro — rispose per lei Steinegge.

— Come? Non parla del Palazzo?

— Oh, qualche parola, sì.

— Non parla del matrimonio di donna Marina?

Steinegge non potè rispondere, perchè un tilbury sopravvenne di gran trotto, tuonando sul ciottolato vicino a Silla che si voltò a guardare il cavallo, un bel sauro snello.

— Bello — s’affrettò a dire il capitano di cavalleria, appena passato il tilbury — bello, ma troppo leggero. Cavallo ungherese; io conosco. Migliore da sella.

— Dunque — ripetè Silla — non parla del matrimonio?

Steinegge lo guardò. Non gli pareva vero che fosse così indifferente.

— Sì — diss’egli — mi pare che scriva qualche cosa.

— Suo padre fa il diplomatico, signorina.

— Non lo credo — rispose Edith. — Lo faresti troppo male, papà; non è vero? Ma, e Lei, signor Silla, cosa fa?

— Faccio il curioso, vuol dire. Ha ragione. Ma è curiosità innocentissima, lo creda.

Disse queste ultime parole con enfasi, come per far loro esprimere più di quello che potevano. Allora Steinegge uscì dalle sue trincee; con qualche cautela, però spiegandosi lentamente.

— Ecco — diss’egli — pare che le cose vadano liscie e che il matrimonio non tarderà molto a farsi.

— Lo credo bene. Non è combinato da sei mesi?

— Sì, sì, ma capite bene, caro amico, i preparativi, questo è lungo. Adesso poi si fa presto, pare; prestissimo.