Pagina:Malombra.djvu/293

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bastione, si vedevano nelle ombre della sera sotto l’azzurro pallido del cielo che si confondeva quasi, laggiù all’orizzonte, con esse, distese, aperte avidamente agli inenarrabili amori della notte di aprile. Apparivano fra una carrozza e l’altra, scomparivano, riapparivano, grande immagine di pace, al di là di quel brulichìo mondano. A ponente le case oscure della città si disegnavano sul cielo aranciato che posava una languida luce calda nei bassi prati dei giardini, sul margine scoperto del viale. La striscia nera della gente a piedi moveva lenta, assaporando l’ora dolce, l’aria pura, odorata di primavera e di eleganza, il rumor soffice delle carrozze, musica della ricchezza indolente, piena d’immagini tentatrici. E le signore, negli equipaggi di gala, passavano e ripassavano sotto la nebbia verdognola dei grandi platani, come Dee infingarde, fra gli sguardi ardenti, la curiosità invidiosa del pubblico, blandite da questi acri vapori d’ammirazione, fiso l’occhio al di sopra di essi, in qualche invisibile. Quel moto lento e molle, quella stanca inquietudine umana parevano consentire col nuovo turbamento, con le nascenti passioni della terra. Silla avrebbe voluto parlare, interrompere un silenzio pieno d’imbarazzo e di trepide immaginazioni, ma non ne trovava la via. Arrivarono davanti al caffè dei giardini mentre molte persone se ne rovesciavano sul viale, rompendo la corrente del passaggio. Egli offerse allora il braccio alla sua compagna, che lo ringraziò e vi pose appena la mano. Silla sentì sul cuore quel tocco leggero. Fendette la gente, facendo strada a Edith, guardando alla sfuggita la piccola mano che gli pendeva inerte sul braccio. Strinse, per istinto, il braccio, e senza saper bene quello che si dicesse, sentendo confusamente di fare un discorso avventato:

— Scusi — cominciò — donna Marina Le ha mai parlato di me?


Malombra 19