Pagina:Malombra.djvu/295

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 291 —

— Non credo d’averla offesa — disse Edith, appoggiando ancora la mano al braccio di lui — son cose umane.

Egli prese risolutamente con la sinistra quella mano restìa, allargò il braccio, la trasse avanti e parlò tra la folla indifferente, a voce bassa, con maggior effusione di cuore, con maggior franchezza di spirito che se si fosse trovato con Edith in un deserto:

— Cose umane? Sì, certo, ma non la cosa che Lei crede. Non sono guarito come una pianta, a forza di sole e d'aria, dimenticando; ho voluto guarire con indomita volontà; mi sono strappato dal cuore una febbre maligna che mi avviliva. Perchè io non la stimo e non l’ho stimata mai.

— No? — disse Edith con vivacità involontaria.

— No, mai. Mi creda, Lei che ha l’anima tanto alta. Ho bisogno che qualcheduno come Lei mi creda e abbia un poco di amicizia per me. Non ne parlo mai a nessuno, sa, ma mi succede spesso, solo come sono, senz’amicizie, senz’amore, senza genio, senza riputazione, senza speranze, mi succede di sentirmi morire nell’altezza in cui mi sforzo di tenere il mio spirito, studiando, lavorando, pensando a Dio. Sento allora tante voci sinistre, sempre più forti, sempre più forti, chiamarmi giù abbasso, in qualche fango che spenga il pensiero. Scusi, signorina Edith, Le dà noia che io parli tanto di me?

— Oh no — diss’ella piano. — Non avrei creduto quello che dice.

— Lo so; il mio cuore è ben chiuso di solito. Questa sera parlo perchè mi pare di essere in sogno.

— Ella sogna — disse Edith — di parlare ad una persona morta da lungo tempo, cui può confidarsi.

— No, faccio un sogno da notte di primavera, come ne potranno fare questi vecchi platani pieni di speranze, quando si alzerà la luna e la gente andrà via. Sogno di mettere anch’io una volta foglie e fiori, di parlar