Pagina:Malombra.djvu/297

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della stolta idea che mi perseguita, d’esser giuoco di una potenza nemica che mi mostra ogni tanto la felicità vicina, me la offre, me la porta via quando sto per afferrarla. Ci volle tutto il mio orgoglio... Lei mi crede modesto, signorina Edith?... No, non lo sono, tranne qualche volta, nelle ore di scoramento; allora mi sento abbietto addirittura. Ci volle dunque tutto il mio orgoglio spiritualista per giungere a calcarmi ai piedi queste paure vigliacche; ci volle, per liberarmi da sentimenti non degni, un lavorar feroce, sia tuffandomi ne’ libri antichi come in acque fredde, sia scrivendo di cose ideali in cui il mio pensiero si esalta e si riposa. E così ho vinto. Solo questa sera potei comprendere quanto pienamente ho vinto. E Lei...

— Oh — disse allora Edith fermandosi — dove siamo?

Erano soli sul viale. Avevano oltrepassato senza avvedersene il punto dove le carrozze e la gente giravano indietro.

Edith arrossì della sua distrazione e si voltò in fretta, lasciando il braccio di Silla. Poi temè forse di averlo offeso con quell’atto brusco.

— Non potevo sapere queste cose — diss’ella. — Non ho compreso tutto quello che ha raccontato, ma lo credo. Se sapesse quale concetto ha di Lei mio padre! Non sono italiana — soggiunse con forza — non so se è vero ch’Ella non ha riputazione; ma non è certo vero — continuò abbassando la voce — che Ella non ha amicizie.

Fosse per la tenera poesia d’aprile o per la emozione delle confidenze recenti, Silla era così disposto che le semplici parole di lei gli abbuiarono la vista. Le riprese il braccio.

— Ah — disse — è vero, è vero ch’Ella mi crede anche se non mi comprende interamente, è vero che ha fede in me? Ebbene, la riputazione, la fama più splendida, io la darei cento, mille volte se l’avessi, non per un’amicizia, non basta...