Pagina:Malombra.djvu/298

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Il braccio di Edith tremò nel suo.

Egli proseguì con voce incerta, diversa dalla sua solita, camminando come se le gambe non sapessero tenere la via diritta nè la misura del passo:

— Per un’anima. Per un’anima che accettasse, che volesse da me, per sè sola, le creazioni del mio ingegno e del mio cuore; per un’anima chiusa a tutti fuor che a me, com’io sarei chiuso in lei. Dovrebbe essere appassionata e pura come il puro cielo. Noi ameremmo insieme, uno attraverso l’altro, Dio e il creato con un amore di potenza sovrumana. Pare a me che saremmo forti nella nostra unione, come tutta questa gente non sospetta neppure che si possa esserlo, più forti del tempo, della sventura e della morte; pare a me che intenderemmo l’essere delle cose, il loro spirito; che ci attraverserebbero la mente visioni del nostro avvenire, splendori incredibili di visioni. La troverò quest’anima?

— Sarebbe un’anima egoista — disse Edith — se volesse tutte per sè sola le opere del Suo ingegno e del Suo cuore. La gloria, lo sento, deve avere in sè qualche cosa di vuoto, persino, di triste forse, per uno spirito come il Suo; ma aver la potenza di far amare, di far piangere, di muovere le anime al bene e non usarla! Avere della luce nel pensiero e nasconderla, non inviarla dritta a traverso questa gran confusione torbida del mondo!

— Questo non è per me, signorina Edith. Il poco che ho scritto è affondato in silenzio, partecipando della mia sfortuna. Forse qualcuno, un giorno, frugando, per farsi del merito, tra le cose dimenticate...

Ecco Steinegge, rosso, trafelato.

— Finalmente! — diss’egli. — Io credeva che eravate saliti sopra qualche albero. Io ho corso su e giù come un bracco.

— Perdonami, caro papà — disse Edith soavemente, staccandosi da Silla e prendendo il braccio di suo padre,