Pagina:Malombra.djvu/328

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prenderà un posticino vicino a me: vicino vicino. — Cara! — (Si ricordi, parleremo).

Ella si alzò e andò incontro a una signora annunciata in quel momento, che al primo entrare artigliò Silla con una occhiata fredda e poi si rivolse sorridendo a salutar la padrona di casa.

— Che orrore, eh? — disse donna Giulia.

Presentò Silla e riprese:

— Che orrore, cara te!

— Io lo sapevo prima. Hai visto la Mirellina?

— Euh, euh! Doveva venir qua stasera. Ma come hai fatto te a saperlo?

Il cameriere tornò ad annunciare. Entrarono quasi di seguito parecchie signore e parecchi cavalieri. Le signore cinsero Giulia di un grazioso cicalio di salutini, di risatine discrete, di parolette sfumate morbidamente. Le curve spalle bianche raccolte in mezzo alla sala parata di raso azzurro, sotto la opaca luce aurea che si spandeva dai globi smerigliati delle lampade, parevano petali caduti là da un’alta invisibile magnolia grandiflora. Degli occhialetti scintillanti di curiosità oblique, delle sgraziate braccia nere s’insinuavano nel gruppo cercando un sorriso, una stretta di mano di Giulia. La sua testolina bionda oscillava, scattava a destra e a manca con brevi sussulti di riso, come la testa di un uccellino vispo. Il gruppo si sciolse, si disperse nella sala.

Silla aveva incontrata quella gente in altre case, tempo addietro, quando soleva frequentare la società molto più che non facesse ora. Le signore appartenevano alla nobiltà di secondo ordine e alla alta borghesia. Giovani e belle quasi tutte, avevano in gran parte l’aura di nascosti amori passati e presenti, di cui la gente sapeva quel tanto che basta ad accendere le fantasie sensuali, a mostrar loro negli occhi d’una donna certi languori, certi ardori che forse non ci sono. Tre o quattro di quei giovani stessi che prima attorniavano le dame e poi si