Pagina:Malombra.djvu/339

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Ella andò quindi ad abbracciare Giulia.

— Addio, cara — disse.

— Così presto?

Fu il segnale dello scioglimento. Tutte le carrozze erano state annunziate. Baci, sorrisi, paroline affettuose, ringraziamenti. Silla fu degli ultimi che vennero a stringer la mano a donna Giulia. Ella gliela rifiutò.

— Aspetti lì — disse. — La sequestro per due minuti ancora.

E salutò gli altri.

Si voltò quindi al prigioniero. — Pensare — diss’ella — che io ho fatto una brutta parte per Lei, prima di conoscerla! Non mi domandi niente, non voglio essere indiscreta. Dica un poco, Silla, non piglia fuoco per le mie rivelazioni di stasera? Ne aggiungerò un’altra; quest’inverno la signorina voleva il Suo ritratto. Io ho detto: no, carina, si va troppo avanti. Adesso poi se ha pigliato fuoco, spengo. La signorina dev’essersi fatta sposa ier sera ed è felice. Lo porti a me, il ritratto. Sempre il venerdì, sa bene, tra le quattro e le sei.

— Ma...

— Non c’è ma. Vada, vada che non facciamo dire cattiverie. Venerdì!

Egli discese le scale dietro la Mirelli, ch’era con donna Laura. Pareva che avessero lasciato in sala il loro viso amabile e presone uno brusco nell’anticamera. La Mirelli parlava piano, in fretta, guardando in basso. Silla non intese che queste parole:

« Ho capito benissimo. »

C’erano cavalli nell’atrio che si impennavano, scalpitavano, facevano il fracasso d’uno squadrone. Gli staffieri chiamavano le carrozze. Silla scivolò in mezzo a quella confusione e uscì solo.

Stava per mettere la chiave nella toppa della sua porta, quando fu accostato da un fattorino del telegrafo.

— Di grazia — disse questi, — un certo signor Corrado Silla sta in quella porta lì?