Pagina:Malombra.djvu/352

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pato — colui è « quell’amigo ». Vi ricordate, che v’ho raccontato, quel tale che si temeva... sì, mi capite. Vi pare un bel momento di venire qua? Ed era convenienza, domando io, che quella pettegola di quella «siora Zanze» lo facesse entrare in camera così sui due piedi? Per carità, per amor del cielo, Zorzi, non andate via, non piantatemi qua. Non la può andar lunga, si capisce.

— Come posso fare, dama? — rispose il vecchio cavaliere giungendo le mani. — A Venezia mi aspettano fra due giorni.

— Zitto! — disse Nepo accostando l’orecchio alla porta ond’era uscito il frate.

Il signor Zorzi tacque. La contessa Fosca guardava suo figlio, ansiosa, trattenendo il fiato.

— Niente — disse Nepo, scostandosi dall’uscio.

— Cosa c’era? — chiese la contessa.

— Mi pareva udir parlare, ma non è stato vero. Senta, avvocato; come intende Lei quel discorso di quel cialtrone di frate sul commissario di polizia? Che intende dire? Che siamo assassini? Che rubiamo? È una cosa intollerabile.

— Oh no — rispose il signor Zorzi — si capisce che è uno strambo, che tante volte gli vien da dire una spampanata, e lui, fuori!

— Commissario di polizia! Bel discorso! — ripeteva Nepo camminando a gran passi su e giù per la stanza e facendosi vento.

Un uscio si aperse pian piano, ne spuntò il naso di Catte. La contessa Fosca e Nepo corsero a lei. Si mosse anche l’avvocato, ma sostò riguardoso qualche passo indietro dagli altri due che scambiarono con Catte due parole sommesse. Catte si ritirò, l’uscio fu chiuso; madre e figlio si voltarono accigliati all’avvocato che chiese premurosamente:

— Dunque?

— Niente, fio — rispose la contessa sconsolata. — Non mi vuole.