Pagina:Malombra.djvu/353

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— Neppur Lei, contessa?

— Ma no. Oh Dio, hanno da toccare a me queste storie. Ne capite qualche cosa voi?

— In coscienza, contessa, non potrei dir di sì.

— Ah, qua bisogna finirla, qua bisogna finirla. Nepo mio, bisogna che tu La veda, per amore o per forza; bisogna che tu Le parli, che La si spieghi, che si sappia se La è malata, cosa La pensa, cosa La vuole; sapere, insomma, in nome di Dio, sapere!

Nepo scosse l’occhialino dal naso.

— Tu non capisci niente — diss’egli — Zitto! — soggiunse vedendo ch’ella voleva parlare, e continuò col suo fare cattedratico: — Non facciamo sciocchezze. Non c’è da insistere. Non si farebbe che irritare. Io ho abbastanza cuore, cara mamma, per comprendere che bisogna rispettare in questi momenti il dolore di una nipote affettuosa. Vorrà che si ritardi il matrimonio! Sia. Non sono mica, avvocato, un ragazzo impaziente. Capisci bene, cara mamma, un giovinotto...!

L’avvocato ebbe negli occhi, guardando la contessa, un lampo d’ironia e di pietà.

Nepo gli si avvicinò, lo pigliò per un bottone del soprabito, gli parlò mettendogli quasi il naso sul viso:

— Ella che a tanta probità congiunge tanta oculatezza e comprende così bene fino a qual punto possano andare insieme i legittimi interessi e le convenienze, Ella non vorrà certo censurarmi se io dico che un altro grave affare ci s’impone in questo momento. Io sono disinteressato, premetto; ma... Bravo! — esclamò ritirando la mano e il naso. — Vedo che mi capisce. L’obbligazione, capperi! Io prego Dio che conservi lo zio al nostro amore per lunghi anni, ma se succede una disgrazia! L’obbligazione a mio favore doveva essere sottoscritta ieri mattina. Sarà più in grado di sottoscriverla? Ci vuole una sorveglianza di ogni ora. Non bisogna lasciar passare un lucido intervallo!