Pagina:Malombra.djvu/391

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uniforme della gente nell’oscurità, non ascoltò il canto delle litanie che uscì per la porta aperta, andò lontano sopra i sussurri del vento vespertino. Una mano le si posò sulla spalla; era suo padre.

— Sono venuto adesso — le diss’egli all’orecchio. — Vuoi che mi fermi un poco qui con te?

— Oh sì, papà. Sarai stanco, siedi.

Sedette ella pure e gli prese una mano fra le sue. Steinegge tacque un momento poi disse timidamente:

— È finito?

— Sì, papà. Vuoi aspettarmi fuori?

— No, no. Non possiamo noi dire qualche cosa insieme?

Ella gli strinse la mano.

— Parla tu — diss’egli.

— Pensiamo alla mamma — rispose Edith. — Parli lei al Signore, gli domandi per noi la sua luce e la sua pace, sempre. Gli dica che perdoniamo a tutti coloro che ci hanno fatto del male; non è vero, papà? A tutti.

Steinegge non rispondeva. la sua mano tremava fra quelle di Edith.

— Dimmi di sì, papà. Siamo così contenti!

— Oh, Edith, s’è per quelli che han fatto del male solo a me!

— A tutti, papà, a tutti.

— Farò il possibile — diss’egli.

La chiesa era vuota, il sagrestano aveva già chiusi i chiavistelli della porta laterale e don Innocenzo scendeva verso la porta maggiore. Gli Steinegge si alzarono e uscirono con lui. Edith si fermò un momento sulla soglia.

— Come è bello! — diss’ella.

Tutto il cielo era terso fra i profili taglienti dei monti e delle colline sin giù nel ponente, dove la stella della sera discendeva scintillante. Tirava vento. Dietro alla chiesa, sul monte, le macchie stormivano. La valle pareva un immenso drappo scuro, mal disteso a piè delle limpide stelle ignude.