Pagina:Malombra.djvu/390

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 386 —

sello, coperto il capo di grandi fazzoletti scuri, entravano una dopo l’altra nella chiesa muta, porgevano la destra alla pila dell’acqua benedetta e, piegato il capo a pochi lumi dell’altar maggiore, si perdevano, quale a destra, quale a sinistra, nelle tenebre dei banchi. Don Innocenzo uscì presto in cotta e stola a leggere le preghiere alla Vergine, alternandole con parecchi pater e ave.

Edith avrebbe voluto seguir quelle preghiere col cuore e non lo poteva, tanto erano pomposamente false e sdolcinate. Le pareva impossibile che don Innocenzo non avesse potuto trovar nulla di più degno del grande spirito puro di Maria, la impersonazione cristiana del femminile eterno. In fatto, don Innocenzo aveva tentato in addietro d’introdurre altre preghiere di sua fattura, molto più semplici e severe; ma quelle prime si recitavano da anni ed anni, piacevano alla gente assai di più. Gli arroganti santocchi e le santocchie del paese fecero una tale devota sommossa, seccarono tanto il povero curato per avere daccapo i troni, i manti, le corone di stelle, che bisognò cedere.

Edith non si accorse di allontanarsi col pensiero dalle preghiere e dalla chiesa. Tornava all’Orrido, udiva Marina chiederle di Silla, parlare di suo cugino, delle sue idee sul matrimonio, dirle: « Se in avvenire udrà parlare di me, contro di me, si ricordi questa sera ». Poi passeggiava sui bastioni di Milano con Silla, lo ascoltava parlar di Marina, rileggeva la dedica manoscritta di Un sogno, le parole « se n’è respinto, si lascerà cadere a fondo ». Una gran luce le spiegava tutto. Si scosse, si dolse della sua distrazione e, chino il viso sul banco, chiusi gli occhi, con uno sforzo del pensiero e del cuore, si slanciò a Dio.

Ma non poteva perseverarvi. I pensieri di prima la riprendevano tosto, la portavano lontano, cedevano per poco a un altro sforzo di volontà. Così lottando non udì la voce di don Innocenzo, nè il mormorio grave,