Pagina:Malombra.djvu/40

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Il conte si affacciò al parapetto verso il lago.

— Voi vedete dove ho scelta la mia dimora, tra le manifestazioni più alte della natura, in mezzo ad una magnifica aristocrazia che non è punto ricca, ma è potente, vede molto lontano, difende le pianure, raccoglie forza per la vita industriale del paese, genera aria pura e vivificante, e non prende niente per tutti questi benefizi, altro che la sua preminenza e la sua maestà. Io non so se voi capite ora qual è il mio ideale politico e perchè vivo fuor del mondo; res publica mea non est de hoc mundo. Andiamo.

Il conte era un cicerone diligentissimo, faceva osservare a Silla ogni menomo oggetto, che potesse parer notevole, spiegava i concetti dell’antenato di ferro, fondatore del Palazzo, come se avesse abitato nel suo cervello. Quel vecchio soldato aveva fatto le cose da gran signore. Casa d’inverno, casa d’estate; tre piani per ciascuna: cucine, cantine, magazzini ed altre stanze di servizio affondate a mezz’altezza nel suolo; scalone architettonico nell’ala di levante; grandi sale di parata ai primi piani. Queste erano state dipinte con fantasia sgangherata da un ignoto pittore che vi aveva tirato giù delle architetture romanzesche, tutte logge, terrazze e obelischi, roba dell’altro mondo; e delle farraginose scene militari, certe zuffe di cavalleria assai lontane dai precetti di Leonardo, scorrettissime nel disegno, ma non prive di vita.

— Sento — disse il conte facendole vedere a Silla — sento dai miei buoni amici che questo pittore è stato un goffo; anzi qualcuno si degna di dire un bue. Io non me ne intendo niente, ma mi fa molto piacere di udire quello, perchè non amo gli artisti.

Verissimo; non li amava, nè li intendeva. Possedeva molti quadri, alcuni dei quali, eccellenti, raccolti in gran parte da sua madre, nata marchesa B... di Firenze, che amava la pittura con passione. Il conte non ne capiva