Pagina:Malombra.djvu/420

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Don Innocenzo, escito nel corridoio, lo trovò scuro. Fatti pochi passi pian piano, tastando il muro, perdette la tramontana e si fermò, disposto a retrocedere in cerca di lume. Stette in ascolto. Udì strida e lamenti che venivano dall’alto, a intervalli; anche parole, ma non gli riuscì di afferrarne alcuna. Riconobbe però la voce di donna Marina. Nessuno rispondeva. Colpi sordi di passi frettolosi attraversavano il soffitto del corridoio, poi tacevano. Al di sotto, a fronte di don Innocenzo, tutto era silenzio come alle sue spalle. Che accadeva lassù? Le strida, i lamenti continuavano. Ore d’angoscia in cui il cuore della casa tace, vuoto di vita e un’agitazione mista di stupore e disordine invade le membra senza governo! Don Innocenzo, calmo al cospetto della morte, calmo durante la terribile apparizione di Marina, qui si turbava.

Un passo rapido risuonò sul soffitto, traboccò per la scala nel corridoio.

— Lume! — disse don Innocenzo.

— Ah, Signore! — esclamò colui ch’era disceso, correndo via a precipizio nel buio.

Il curato riconobbe il Rico, lo chiamò, ma inutilmente. Si vide aprire e sparire a fronte una luce debole, andò avanti a caso e, spinto un uscio, si trovò in loggia.

— Ah, il signor curato! — disse il Rico che stava per scappare dall’altra parte.

Potevano essere le due. Faceva fresco. Il cielo si era tutto coperto daccapo di nuvole malinconicamente chiare fra la luna invisibile, appena spuntata, e il tacito specchio del lago.

— Vien qua! — disse il curato. — Dove vai?

— Vado a pigliar la medicina.

— Cosa c’è?

— Che senta!

Le grida ricominciarono, in quel momento, più distinte. Don Innocenzo s’affacciò alla balaustrata, guardò in