Pagina:Malombra.djvu/421

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alto a destra, vide illuminata la finestra d’angolo del piano superiore. La voce veniva di lassù. Adesso parevano rimproveri, imprecazioni, poi lamenti, poi silenzio.

— È la signora donna Marina — disse il Rico sottovoce.— È come matta. C’è su il signor dottore e il signor Silla. La gliene dice di tutti i colori al signor Silla.

— Non c’è nessun altro?

— C’è anche la mia mamma. C’è stata un momento la signora Fanny, ma è scappata.

— E tu cosa vai a prendere?

— Lo so io? Il signor dottore ha detto un certo nome come corallo. E mi ha detto di chiamare la Luisa del Battista per venirla a curare.

Don Innocenzo si tolse la lettera di tasca e la diede al ragazzo.

— Portala — diss’egli — nella camera del signor Silla e poi scendiamo insieme.

Anche nell’altr’ala del Palazzo cominciava allora una agitazione sorda.

Da più di una fessura d’uscio trapelavan lume e bisbigli. I fili dei campanelli trasalivano, sussultavano impazienti; se ne udiva strillar lontano la voce chiara, imperiosa. Sulle scale don Innocenzo e il Rico trovarono Momolo che scendeva con un lume.

— Forse si va! — diss’egli. Essi non risposero.

Esciti che furono dal Palazzo, il Rico partì di corsa per la sua missione, il curato si incamminò lentamente guardando i grandi cipressi pensosi. Al cancello incontrò Steinegge.— Lei qui? — diss’egli.

— La campana: ho inteso la campana — rispose Steinegge con voce commossa. — Oh, questo è un dolore! Io dovrei piangere per quest’uomo.

Egli abbracciò e baciò don Innocenzo, soffocando un singhiozzo, poi disse in fretta:

— Si può andare avanti? Ha visto il signor Silla?

— Eh!— rispose don Innocenzo. — Altro che visto! —

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