Pagina:Malombra.djvu/439

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gente fra Dio e me; qui non ci sento più nessuno e parlo col Signore da solo a solo, più volontieri perchè si tratta di guai tutti miei propri. Ne avrà anche Lei, già, di questi momenti. Non ha mai niente che La inquieti?

Steinegge confisse d’un colpo il bastone in terra.

— Oh, che cieco!— diss’egli.— Che stupido sono stato! Non aver capito niente! Non aver sospettato di niente! Credete ch’ell’avesse molta inclinazione per lui?

— Oh no, non moltissima, spero, ma via!— disse don Innocenzo, mortificato della poca attenzione ottenuta dal suo discorso.— Si calmi. Non mi faccia pentire di averle raccontato tutto. Ho parlato per impedire che Lei domandasse spiegazioni alla signorina Edith di quel discorso del signor Silla. La signorina non deve conoscerlo: ne avrebbe troppo dispiacere. Del resto è forse meglio così, anzi diciamo addirittura; è meglio così. Ha visto che uomo era, questo signor Silla?

— Che uomo era? No; cosa volete, lo amavo tanto! Non posso ancora giudicarlo come Voi.

Si percosse la fronte come se volesse stritolarvisi dentro tante idee penose.

— Per me!— diss’egli — per me! Io bacerei di gratitudine il posto dove ella mette i piedi e dopo le direi: — calpestami perchè io non capisco. Non sapete, signor curato, che mi è troppo aver tutto il cuore di Edith, che io ne sento rimorso, qualche volta, come di un grande egoismo, e che sarei felice di un matrimonio così; perchè poi io sono vecchio e c’è anche altre cose da pensare!

— Venga — disse don Innocenzo, commosso, pigliando Steinegge pel braccio e conducendolo al sedile rustico — fermiamoci qui, pensiamo, cerchiamo quali ragioni può aver avuto Sua figlia.

Steinegge si fermò su’ due piedi, temendo qualche rivelazione impreveduta.

— Cosa? — diss’egli.

— Venga, venga, sieda qui.