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CAPITOLO VI.


Sereno.


— Ecco l’agave che volevo farle vedere — disse don Innocenzo a Steinegge. — Bella, eh?

Era lì a godersi il sole, superba e triste, nel mezzo di un gran pietrone grigio, fra due brevi quinte di bosco. In alto fra il ciglio del pietrone e il cielo azzurro, magri arbusti si divincolavano ridendo nel vento trionfante che saltava sopra il valloncello, sibilava giù pel frutteto di don Innocenzo, sul tetto della canonica, si spandeva nei prati a ondate. Ciuffi di rovi penzolavano dalle fessure del sasso, lunghe e torte frange d’edera ascendevano dalle sue radici affondate nell’erba che brillava ancora di pioggia. Quel mostruoso scoglio mezzo nudo, tanto amato dall’edere, tanto paziente dei rovi, era la vita, la parola, la passione del paesaggio. Don Innocenzo aveva fatto portar lì un sedile rustico e vi passava delle ore a leggere, a pensare.

— Ci ha un che di meridionale, quell’agave, non è vero? Vede, io ci vengo spesso qui, con un libro e con i miei pensieri, respiro in quest’aria una innocenza che purifica il cuore. Ne ho bisogno perchè sono astioso, rabbioso, forse anche maligno, ambizioso; no, ambizioso no, ma avaro forse: qualche volta mi par d’essere avaro, di affannarmi troppo per certe miserie d’interessi. Senta che mi confesso a Lei. Mi assolverà, poi? Io parlo intanto, perchè mi fa bene; e Lei poi faccia quel che crede. Dunque, quando vedo campi coltivati, sento tanta