Pagina:Malombra.djvu/442

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Don Innocenzo si chinò a raccogliere le parole inintelligibili.

— Cosa? — diss’egli affettuosamente.

— Credevo che fosse contenta — ripetè l’altro senza toglier le mani dal viso.— Adesso prego con lei... vado anche in chiesa... ho perdonato a tutti, credevo che bastasse.

Il curato fu per buttargli le braccia al collo e dirgli — sì, va in pace, per te, povero tribolato, per te, semplice e umile cuore, basta. Tu sei come un figliuolo mandato da suo padre nel mondo a lavorare, che, ferito, perseguitato da’ suoi compagni, torna senza aver appreso nè guadagnato nulla verso la casa paterna, batte piangendo alla porta che i servi gli han chiusa in faccia come a un indegno. Suo padre ha veduto, ha saputo tutto; ma non vuoi, santo Dio, che lo raccolga e lo consoli? — Fu per dirgli così, ma si guardò l’abito e si trattenne, mordendosi le labbra; si strinse le parole nel cuore gonfio.

Steinegge, improvvisamente, scattò in piedi.

— Andiamo da lei, amico mio — diss’egli — andiamo da lei subito. Io farò tutto; andiamo subito.

— No no no — rispose don Innocenzo. — Non accetterebbe un atto compiuto per amor suo e non per convinzione. Ci pensi, non parli alla signorina del nostro colloquio d’oggi. Poichè mi dice che prega, preghi, domandi a Dio una parola nel cuore, e se questa parola viene, allora sì, allora dica pure a Sua figlia: — sappi, ho pensato, ho pregato e credo. — Prima no. E adesso mi permetta di tornare prete, di dirle: son qua tutto per Lei; parleremo, leggeremo, discuteremo... diremo male dei preti, se vuole!

Don Innocenzo aggiunse sorridendo queste parole, perchè gli pareva di veder Steinegge incerto.

— Scusate — disse questi — scusate molto, amico mio; noi non leggeremo e non discuteremo. So che i Vostri ragionamenti mi farebbero male, perchè io ho