Pagina:Malombra.djvu/453

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— Alle tre — gridò Marta dalla cucina.

— Allora possiamo andare, per esempio, fino alla cartiera.

— Bravi, bravi! Vengo anch’io — disse don Innocenzo, che aveva congedato allora allora tutta la brigata. — Devo parlare all’ingegnere direttore dei lavori.

Edith salì alla sua camera per il cappellino e i guanti. Quando ridiscese, suo padre ed il curato, che parlavano insieme, s’interruppero. Ella vide loro in viso una contentezza nuova, si fermò, interrogandoli con lo sguardo.

— Andiamo! Presto! — disse Steinegge, e dimentico questa volta delle solite cerimonie, s’incamminò per il primo.

Don Innocenzo colse il destro di sussurrare a Edith: — Non c’è più niente tra quei due; egli parte stasera.

— Edith aperse la bocca per domandare qualche cosa, ma suo padre si voltò a chiamarla e anche Marta gridava dalla cucina:— Facciano presto che non hanno mica tanto tempo!

Edith non ebbe più modo di domandare spiegazioni. Solo all’uscir dal cancello il curato le gittò nell’orecchio altre due parole. — Forse il Suo biglietto! — Il mio?... — rispose Edith. Don Innocenzo fe’ cenno di sì e andò a prendere il braccio di Steinegge.

Edith, trasalì. Il curato non le aveva detto che il suo biglietto era stato consegnato. Come mai, dopo quei fatti? Anche questa partenza di Silla era ella una fortuna così grande? Non veniva dopo mali irreparabili? Sì, ma però era un bene, senza dubbio. Pazienza, pensava, se il suo biglietto aveva fatto del bene, pazienza essersi posta, senza saperlo, fra così turpi intrighi, aver parlato meglio che amichevolmente a chi se n’era reso indegno. Vi si rassegnava, ringraziava Dio, che si fosse servito di lei per un atto di misericordia. Ma sentiva in pari tempo che il sacrificio proprio sarebbe diventato in avvenire più difficile e tormentoso, che quest’uomo

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