Pagina:Malombra.djvu/454

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avrebbe tentato riavvicinarsi a lei, discolparsi de’ suoi errori. E allora? Allora la lotta sarebbe ricominciata nell’animo suo, quanto fiera! Perchè se a Milano aveva sperato esser tocca nella immaginazione soltanto e s’era studiata di convincersene con un attento e forse imprudente esame di sè stessa, adesso non s’illudeva più; era il cuore che mandava sangue.

— Edith! — chiamò suo padre perch’ella era rimasta qualche passo addietro.

Ella alzò gli occhi, lo vide a braccio del curato, un lampo di speranza le attraversò l’anima. Balzò a fianco di suo padre.

— Eccomi — disse.

Entravano allora nella strada nuova che spiccandosi dal villaggio recideva i prati sino al fiume; una brutta cicatrice a vederla dall’alto, come di qualche gran fendente calato sul verde; bianca, dritta, fra due righe di pioppi nani, sottili. Piacevole passeggio, però. Era voluttuoso mettersi per quell’ampio mar verde, morbido, magnifico nel suo disordine di fiori, potente nell’odor di vita che ne saliva, nelle ondate d’erba che slanciava da destra e da manca ad assalir l’argine della strada, ad ascenderlo per ricongiungere un giorno sopra di esso la sua pompa, i suoi amori eterni. I piccoli pioppi si movevano al vento; qualche grossa nube bianca vagava nel cielo, e l’ombre ne correano sui prati, sulla celeste lama scintillante del lago, la tingeano di viola.

— È magnifico tutto questo verde — disse Steinegge guardandosi in giro, — pare di essere in fondo a una tazza di Reno.

— Vuota — osservò don Innocenzo.

— Oh, questa è un’idea triste, non affatto necessaria. Vi è pure in questa tazza, che voi dite vuota, una fragranza, uno spirito che exhilarat cor, che rischiara il cervello, non è vero? Io mi meraviglio di voi: io sono molto spiritualista adesso, amico mio, sono capace di trovare che l’acqua del fiume dove andiamo, bevuta