Pagina:Malombra.djvu/461

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Edith non la udì, si ripose a sedere sull’erba presso a suo padre, che riconobbe la voce di don Innocenzo, ed esclamò volgendosi a lui raggiante:

— Così presto?

Don Innocenzo vide, comprese, non rispose.

— Signor curato — disse Edith risalita con suo padre sulla strada.— Ella ritrova un’altra Edith.

Don Innocenzo si provò a far l’ingenuo, ma ci riusciva solo quando non lo faceva apposta.

— Possibile? — disse, con tale accento di meraviglia da far credere che prendesse alla lettera queste parole: un’altra.

Ma poi non vi ebbero più domande nè spiegazioni. Edith camminava a braccio di suo padre, appoggiandogli quasi il capo alla spalla. Don Innocenzo teneva lor dietro soffiando perchè il capitano aveva preso un passo di carica. Attraversarono così i prati senza parlare. Don Innocenzo non ne poteva più; si fermò trafelato.

— Bella — diss’egli — quella striscia di lago, non è vero?

Forse non la vedeva neppure. Gli Steinegge si fermarono.

— Povero conte Cesare — disse il padre dopo un momento di contemplazione. — A proposito, signor curato, avete inteso anche voi che il signor Silla parte questa sera dal Palazzo?

Edith si staccò da lui, si girò a guardar i prati da un’altra parte.

Oh, furia amorosa di fiori protesi al sole onnipotente, erbe tripudianti, ubbriache di vento, qual ristoro esser voi, viver la vostra vita d’un giorno, sentirsi tacere la memoria, il cuore, quel tumulto faticoso di pensieri assidui a lottar insieme, a fare e disfare l’avvenire; non essere che polvere e sole, non aver nel sangue che primavera!

— Andiamo Edith — disse Steinegge. Quella cara voce la scosse, la tolse al pensiero non degno.

Salendo alla canonica, Edith precedeva d’un passo a