Pagina:Malombra.djvu/460

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— Sono entrato — diss’egli, a voce bassa e vibrata. Edith abbassò la testa su quella mano, vi fisse le labbra.

— Sono entrato. Non domandarmi come. So che il mondo mi pare inesprimibilmente diverso da quello di prima, ora che ho nell’anima il proposito di abbandonarmi interamente alla tua fede. Come si può dir questo, che io riposo sopra tutto quello che io vedo? Eppure è così; io non ho mai provato una sensazione di riposo simile a questa che mi viene per gli occhi nel cuore. Tu riderai se io ti dico che sento un grande amore per qualche cosa che è nella natura intorno a me. Cosa ne dici, Edith, di tutto questo?

Ella alzò il viso bagnato di lagrime.

— Mi domandi, papà? Mi domandi?— Non potè dir altro. Il suo sacrificio era stato accettato da Dio, ricompensato subito. L’anima sua traboccava di questa fede mista allo sgomento, allo sdegno di non sentirsi felice.

— Contenta? — disse Steinegge. Scese a intingere il fazzoletto nell’acqua e lo porse a Edith che sorrise, se ne deterse gli occhi.

— Sai — diss’egli — sono contento per un’altra cosa, anche.

Ella non parlò.

— So del nostro amico Silla che va via dal Palazzo. Pare che non ci è stato affatto il male che si credeva.

— Papà — disse Edith alzandosi — lo sa don Innocenzo quello che mi hai detto prima?

— Un poco, solo un poco.

Ella guardò un momento il grosso macigno a cui era quasi appoggiata e si rizzò sulla punta de’ piedi per cogliere un fiorellino che usciva da un crepaccio. Lo chiuse nel medaglione d’onice e disse quindi a suo padre:

— Un ricordo di questo luogo e di questo momento. Dimmelo ancora — soggiunse teneramente — dimmi che sei felice e che questi pensieri sono proprio nati nel tuo cuore. Tornamelo a dire, papà.

— Guarda dove sono! — disse una voce dalla strada.