Pagina:Malombra.djvu/467

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appassionate domande mute, sentì ch’ell’ aveva ingannato il Vezza; ma rimase impassibile.

Tutto il fuoco degli occhi di lei si spense a un tratto.

— Buon giorno — diss’ella.

Il saluto parve cader gelato dal terzo cielo.

— Vezza Le ha parlato; — soggiunse.

— Sarei partito subito, marchesina, se...

— Lo so, lo so.

Silla tacque. Lo stipo d’ebano a striscie d’avorio, i fiori ancora sparsi per la camera gli ripetevano la terribile storia della notte precedente.

— Lo so, — ripetè Marina con voce risoluta e sdegnosa, — ma non basta. — E fece un passo verso Silla.

— Lo ha inteso, dunque — diss’ella — che la mia fu una allucinazione?

Silla accennò di sì. Era a qualche distanza da lei, dall’altra parte del piano. Ella si rovesciò quasi bocconi sul piano, alzando il viso a guardar l’uomo.

— E lo ha creduto? — disse. — Ed è contento di andarsene?

Silla non rispose.

— Già — mormorò Marina, socchiudendo gli occhi come una fiera blandita. — Una cosa naturale, una cosa semplice, una cosa comoda! Va bene! — esclamò rialzandosi.

V’era sul piano un vaso con delle rose e de’ grappoli di glicine, sciolti. Ne strappò una manciata, li avventò sul pavimento.

— Partire va bene, — diss’ella, — ma non basta. Non si sente in dovere di fare altri sacrifici per me?

La sua voce fremeva, così parlando, d’ironia amara.

— Sono ai Suoi ordini, marchesina — rispose Silla gravemente. — Qualunque sacrificio.

— Grazie. Dunque sarebbe anche disposto di scrivere al conte Salvador!

— Al conte Salvador? — esclamò Silla sorpreso. — Cosa dovrei scrivergli?