Pagina:Malombra.djvu/472

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del male fosse distrutta, non ne discenderebbe mica che adesso si potesse impunemente irritare questa donna, i cui nervi, come dice Lei, vibrano ancora tutti; una donna, noti, molto mal disposta inizialmente se ha potuto accogliere certi fantasmi. Ma, domando io, se n’è poi liberata?

— Parrebbe di sì — rispose Silla — o almeno c’è qualche ragione di sperarlo. Lei stessa lo dice, intanto.

— E io — replicò il medico — mi perdoni, ne dubito.

Gli altri due lo guardarono silenziosi, aspettando.

— Stavo per lasciarla — diss’egli — ero già sulla soglia, quando mi richiamò. — Dottore, venga qua. — Me le avvicino, ella si scopre l’avambraccio sinistro, mi dice: — Vuol vedere delle ferite profonde? — Mi mostra due o tre punture di zanzara e soggiunge: — Si può morire di questo? — Io non capisco, eh, la guardo. — Non crede — dice lei — che un’anima possa passare di lì? Pure le assicuro — dice — che ha cominciato; un pensiero e un segreto ne sono già usciti. — Così mi ha detto. Ma facciano grazia, signori, queste parole, nella loro assurdità, non generano il sospetto che sussista sempre la forte preoccupazione morale di cui parlava il signore? Del resto, a quella signora bisogna pensarci sul serio e subito. Qui non può stare.

— Provvederemo — rispose il Vezza. — Adesso Lei va dalla Giovanna?

— Vado dalla Giovanna.

— E ci rivedremo alle cinque?

— Alle cinque.

— Oh sì, ho un gran piacere che allora Lei si trovi qui.

— Io partirò alle cinque — disse Silla.

Il commendatore parve poco contento.

— A che ora — diss’egli — passa da... l’ultimo treno per Milano?

— Alle nove e mezzo.

— Oh, allora può partire anche dopo le sei. Così vede come va questo pranzo.