Pagina:Malombra.djvu/476

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

-472-



Accennò agli altri due di avvicinarglisi.

— Lo sanno Loro come la è stata del povero conte?

Sapevano e non sapevano. Il dialogo continuò sottovoce.

Silla guardò l’orologio: mancava un quarto alle cinque. Andò in biblioteca a pigliarsi le carte e passò poi nel salotto a lavorare.

Gli altri due, discorrendo, videro passare sotto la loggia il battello di casa condotto dal Rico.

— Dove vai?— gli gridò il Vezza.

— A R... Ordine della signora donna Marina— rispose quegli.

— Doveva ben parlare con me, prima di obbedire a lei — brontolò il commendatore, e riprese il suo discorso.

— Ecco — diss’egli— io lo avrei preparato così, il telegramma. Noti che la persona cui lo dirigo ha molto cuore e una coscienza scrupolosa, ma stenta un poco a muoversi, a pigliare risoluzioni gravi. Dunque direi così: "Per espresso volere medico curante, onde togliermi grandi responsabilità, avverto Lei più stretta parente signorina di Malombra sua salute esige pronto allontanamento questa dimora".

— Metta prontissimo— disse il dottore.

— Metterò prontissimo.

— Metta anche...

Il dottore non potè compir la frase, perchè donna Marina comparve sulla soglia.

Vestiva un abito ordinato da lei alla sua antica sarta di Parigi che ne conosceva bene l’umor bizzarro, un ricco e strano abito di moire azzurro cupo, a lungo strascico, da cui le saliva sul fianco destro una grande cometa ricamata in argento. Sul davanti della vita accollata, attillatissima, era inserto un alto e stretto scudo di velluto nero arditamente traforato nel mezzo, in forma di giglio, sulla pelle bianca. Marina non era più così pallida; un lieve rossor febbrile le macchiava le guance; gli occhi brillavano come diamanti.