Pagina:Malombra.djvu/496

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— Adesso vada a riposare — diss’egli. Ma Edith chiese di aspettare un poco onde ricomporsi pel caso che suo padre non dormisse ancora e la chiamasse.

— Guardi — disse affacciandosi alla soglia — che pace!

S’appoggiò allo stipite contemplando il cielo che si veniva coprendo di nubi. Però molte stelle scintillavano ancora in mezzo a grandi finestre azzurre. L’orologio della chiesa suonò le undici.

— Un’ora — disse Edith — e poi è finito anche questo giorno. Mi pare che domani il sole nascerà di un altro colore e che lo vedrò poi sempre così. Quanti anni ancora?

— Oh molti, molti. Glieli auguro con tutto il cuore.

— Non so. Penso a mia madre.

— Perchè a Sua madre?

Edith non rispose, prese un bastone ch’era lì fuori appoggiato al muro e tracciò con la punta dei segni sulla ghiaia.

— Cosa fa? — chiese il curato.

— Nulla — diss’ella e colla punta stessa diede di frego a quei segni.

La finestra di suo padre fu aperta in quel momento. Lo si udì esclamare:

— Cosa è questo? Ancora alzati?...

— Ancora, papà. Non senti che notte dolce? Non abbiamo sonno.

— Si fa scuro verso i monti, eh? Io ho paura che avremo acqua domattina. Sai, Edith, ho pensato che a Milano bisogna ricordarsi della lezione in casa Pedulli-Ripa poichè siamo partiti senza avvertire la signora.

— Sì, papà.

— Sarebbe bene anche andare dalla signora M... che riceve domani.

— Volentieri, papà.

— Scusa, avresti per caso veduto il mio bastone?

— È qui.

— Vuoi essere così buona di portarmelo su per unirlo