Pagina:Malombra.djvu/68

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— Oh, la camera è bella.

— Ma dunque?

— Ma dunque — saltò su l’oratore di prima, un vecchio contadino, mezzo letterato — mi perdoni se mi prendo l’arbitrio di loquire in tre; c’è dentro il diavolo, eccola; non so se mi spiego.

— Zitto, voi, andiamo, prudenza! Che c’entrate voialtri!

— Prudenza? L’è così già, signora Giovanna: la prudenza insegna che non c’entriamo nè noi nè lei.

— Avanti tutti! — disse Marina. — Obbedite al signor conte.

E andò con Giovanna.

Colui si volse a’ compagni e fe’ con la mano destra l’atto di cacciarsi le mosche dalla fronte.

Entrarono in un lungo corridoio e, percorsane la metà, si misero per una scala a sinistra, salirono ad un altro corridoio, nel piano superiore.

Quando Giovanna aperse l’uscio temuto, Marina le strappò di mano il lume ed entrò rapidamente. Vide una stanza discretamente ampia, molto alta, con il pavimento di mattoni, le pareti mal vestite d’una sdrucita tappezzeria gialla, il soffitto a mezza volta con un affresco nel mezzo, un gran carcame di letto, con il suo padiglione che pareva una corona di vecchio nobile spiantato, e pochi seggioloni antichi, fidi compagni di quella grandezza decaduta. Marina fece aprir le imposte e si gittò sul davanzale di una finestra, tuffando il capo nel buio, nel vento, nel fragore misto delle onde e dei boschi, tutto voci di rampogna e di minaccia che le parevano amiche dell’irritato conte; piene in pari tempo di una potenza superiore e malvagia.

Marina restò lì lungo tempo, affascinata, senz’avvedersi dell’affaccendarsi febbrile, delle commosse esclamazioni di coloro che, dietro a lei, mettevano all’ordine la camera, vi portavano masserizie e biancherie. Più