Pagina:Malombra.djvu/98

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st’idea che non poteva esser lei Cecilia, perchè c’era del sangue d’Ormengo nelle sue vene; ma il cuore implacabile disse — no, che importa il sangue? Tu odii, hai sempre odiato tuo zio, la vendetta è più squisita così; Dio, perchè tu la compia meglio, ti ha posto dentro, irriconoscibile, alla famiglia del nemico.

Ma ella adesso aveva paura, voleva sottrarsi alla lotta; diè di piglio al lume e passò nella camera da letto. Le finestre erano aperte; un soffio di vento le spense la candela. Volle riaccenderla, ma non sapeva che si facesse, e non vi riuscì. Si gittò spossata alla finestra per aver ristoro. Colà le tornò subito a mente come, la sera del suo arrivo al Palazzo, guardando da quella finestra, nella notte, avesse creduto riconoscere un antico sogno, una immagine sinistra, apparsale altre volte nelle ore gaie della sua vita mondana. Fu l’ultimo colpo; una commozione senza nome le oscurò il pensiero e la vista, credette udire mille sussurri levarsi intorno a lei, mescolarsi per l’aria, confondersi in una voce sola; si portò ambe le mani alla fronte e cadde a terra.

Nell’oscuro lume delle stelle diffuso sul pavimento davanti alla finestra, giaceva la bianca persona come sciolta dal sonno. Chi avrebbe detto che vi fosse là una donna svenuta? Nel palazzo tutti dormivano; i grilli e gli usignoli cantavano allegramente; i soffi brevi e vivaci della chiara notte di aprile entravano curiosi per le finestre aperte, frugavano, bisbigliavano dappertutto; e da una barca lontana indugiatasi più delle altre sul lago veniva il canto spensierato:


E cossa l’è sta Merica?
L’è un mazzolin di fiori
Cattato alla mattina
Par darlo alla Mariettina
Che siamo di bandonar.

Solo lo zampillo del cortile raccontava in aria di mistero agli arum una storia lunga lunga ch’era ascoltata