Pagina:Manzoni.djvu/138

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136 il manzoni a brusuglio.

esprimerla per infonderla in altri. Ma il lungo meditare sopra un sentimento religioso, più tosto che accrescerlo, lo diminuisce. In un’Ode sopra l’Innesto del vaiuolo, rimasta inedita, e forse incompiuta, dominato, senza dubbio, da un sentimento religioso, e riflettendovi lungamente sopra, per trovargli una espressione corrispondente, il Manzoni sentendo che egli usciva dal vero, e che fuori del vero fortemente amato non può più essere vera poesia, si scusava con due bellissimi versi, che sono pure una eccellente scappatoia:

E sento come il più divin s’invola,
Nè può il giogo patir della parola.


Quanto più il pensiero del poeta s’innalza, tanto più la materia fonica diviene inerte e incapace di farsene messaggiera; ma è vero ancora che, lanciando imprudentemente il pensiero in un campo, ove esso non può prender radice, invece di fecondarvisi, muore di sterilità. Il Manzoni parafrasando spiritosamente in prosa il pensiero dissimulato ne’ due versi citati, accompagnava l’invio di un frammento d’Inno sacro inedito alla signora Louise Colet con questa scusa per non averlo finito: «Je me suis aperçu (diceva egli) que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m’essoufflais a courir après elle.» Ed i pochi versi erano questi, che celebravano la presenza, l’onnipotenza, l’onnisapienza di Dio nella natura:

A lui che nell’erba del campo
     La spiga vitale nascose,
     Il fil di tue vesti compose,
     Di farmachi il succo temprò,