Pagina:Manzoni.djvu/193

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il manzoni unitario. 191

liano in altre parti della Toscana, fuori del Contado fiorentino, spostava la sua questione, mostrava di frantenderla e irritava il valentuomo che l’aveva proposta, forse più degli avversarii aperti, i quali volevano che la lingua si pigliasse dove tornava più comodo.

La questione della lingua non è punto nuova in Italia; essa è nata, si può dire, con la nostra letteratura. Merito principale del Manzoni fu d’avere ricominciato a trattarla nazionalmente, con quella stessa serietà, con la quale l’aveano posta nel Trecento e nel Cinquecento il primo poeta e il primo prosatore d’Italia, Dante e il Machiavelli. Il merito dovea parere tanto maggiore nell’anno 1824, quando il Manzoni s’accinse la prima volta di proposito allo studio della lingua italiana, poichè Vincenzo Monti con la Proposta e gli Accademici della Crusca coi loro illustri e minuti battibecchi facevano anzi nuova mostra infelice, con meschini dispetti provinciali, dell’antica e funesta discordia italiana. Il Manzoni poi, lasciando stare le questioni minori, prese, come suol dirsi, il toro per le corna, si domandò se lingua c’era, dov’essa era migliore, e quando la fiorentina si riconoscesse migliore, richiese che quella sola si studiasse e adottasse per farne la lingua di tutti gl’Italiani. Il ragionamento pareva molto ovvio e semplice; il Manzoni aveva rinnovato il miracolo dell’uovo di Colombo. Ma quando tutti ebbero

    o trascurate, come se non meritassero nemmeno attenzione. E anche in questa, come nelle altre questioni, egli non era uomo da accontentarsi di un’adesione parziale. O tutto, o niente; la sua logica non gli permetteva di fermarsi e di acquetarsi in un punto intermedio.»