Pagina:Manzoni.djvu/229

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i promessi sposi. 227

purgarla dalle sue voci improprie; l’efficacia che per tale riguardo egli esercitò col proprio esempio, si sente ancora e non può venir disconosciuta. Ma la letteratura italiana gli deve molto più, per avere il Manzoni con l’autorità del suo nome e con la prova vivente ed immortale d’un capolavoro avvezzata la lingua ad uno stile così facile, così chiaro, e, ad un tempo, così virile e sostenuto, da rendere impossibile il ritorno alle viete forme accademiche e scolastiche, alla nostra stilistica tradizionale e così detta classica, senza pericolo di cadere nel ridicolo.

Dalla descrizione che il Manzoni ci fa della libreria di Don Ferrante ne’ Promessi Sposi, rileviamo che quest’uomo enciclopedico (mettendogli solamente dappresso il piemontese Botero) prediligeva sovra tutti un autore «mariuolo sì, ma profondo,» il Machiavelli, di cui non si stancava di leggere e di ammirare il Principe e i Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio. C’è da scommettere che una parte dell’ammirazione di Don Ferrante non andava al pensatore ed al politico unitario,1 ma allo scrittore, il quale nella

  1. «Due però (scrive il Manzoni) erano i libri che Don Ferrante anteponeva a tutti e di gran lunga in questa materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito chiamare i primi, senza mai potersi risolvere a qual de’ due convenisse unicamente quel grado: l’uno, il Principe e i Discorsi del celebre Segretario fiorentino; mariuolo sì, diceva don Ferrante, ma profondo: l’altro la Ragion di Stato del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo sì, diceva pure, ma acuto.»
    Il Manzoni dovea pensare ne’ suoi studii storici un po’ come il suo Don Ferrante: «Ma cos’è mai la storia senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la