Pagina:Manzoni.djvu/234

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232 i promessi sposi.

testina aveva le sue idee,» non ne faremmo più le meraviglie. Non dimentichiamo poi che il Manzoni si lagnava spesso della cura d’anime che i così detti amici, e con gli amici si comprendano pure l’amiche, si erano assunta presso la famiglia Manzoni, gli uni per fare di Don Alessandro un santo, gli altri per salvare in lui il liberale, e troveremo, senza dubbio, molto più gustoso il ritratto di Donna Prassede, che, per dire tutta la verità, collocato nel secolo decimosettimo, presso quello di una semplice contadinella, ci riesce quasi strano, ed in ogni modo, indifferente. Il Manzoni voleva bensì credere, ma non passare per un ipocrita; egli si sentiva capace e volonteroso di far del bene, di farne molto, ma anche debole all’occasione e soggetto a cadere; nè desiderava infingersi agli occhi altrui migliore di ciò che egli poteva essere. Ricordiamo il principio del ventesimosesto capitolo dei Promessi Sposi: quanta delicatezza in quel suo interrompersi, quando il cardinal Federigo rimprovera Don Abbondio di non aver resistito a Don Rodrigo, d’avere avuto paura, d’avere preferito al dovere la sua tranquillità; Don Abbondio, confuso, non sa che rispondere e rimane senza articolare parola; l’Autore è preso da uno scrupolo personale, e soggiunge: «Per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, nè altro da temere che le critiche dei nostri lettori, anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire, troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo con così poca fatica tanti bei precetti di