Pagina:Manzoni.djvu/243

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i promessi sposi. 241

essere ancora Renzo? Egli è l’Innominato, per un verso, Renzo per un altro, Don Ferrante, Fra Cristoforo in altri momenti. I lettori del Goethe conoscono bene questa specie di avatar del genio, questa potenza tutta divina di staccar da sè un attributo per farne un nuovo tipo umano vivente, come nell’Olimpo dalla testa di Giove esce una Minerva, come dagli attributi di un solo Dio vien fuori la pluralità degli Dei. Il Manzoni si moltiplica e si riproduce quasi senza fine ne’ Promessi Sposi, non meno che il Goethe nel Faust, nel Wilhelm Meister, nel Werner, nell’Egmont, nel Tasso e in altri suoi drammi, per tacere delle Elegie Romane, ov’egli entra direttamente e quasi furiosamente in iscena. L’aver condensato ad un tempo e distribuito ed esaurito quasi tutto sè stesso in un solo capolavoro è gloria maggiore nel Manzoni, e principal fáscino, quasi misterioso, de’ Promessi Sposi. Il centro simpatico di tutto il libro è l’Autore stesso, come accade pure nel Don Chisciotte. Tra i due lavori vi è anzi qualche affinità di tóno umoristico; ma nel libro italiano la varietà è molto maggiore, ed i pensieri e i sentimenti si levano più alto. S’io li riscontro qui è perchè oramai stimo necessario che ci avvezziamo a studiare i Promessi Sposi, come si studiano i libri già divenuti classici, i quali si pigliano come sono, senza pretendere, che dovessero riuscire diversi da quelli che i loro grandi Autori gli hanno voluti. Noi non possiamo volere che in questi classici si approvi e si ammiri tutto; crediamo invece che tutto meriti di venire studiato, e che la conclusione di un tale studio sia sempre, per un verso, una somma di maggiore