Pagina:Manzoni.djvu/250

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
248 i promessi sposi.

per darsi tutto all’agricoltura ed a’ suoi studii di lingua, lieto di trovarsi fuori delle tempeste. Quando Renzo dice alla sua Lucia ch’egli dai molti guai ha imparato almeno molte cose che non sapeva, Lucia, assai dotta e fine e intelligente per una contadina, risponde al suo moralista: «E io cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai; son loro che son venuti a cercar me. Quando non voleste dire» aggiunge soavemente sorridendo «che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.» — «Renzo (prosegue il Manzoni) alla prima rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani e che quando vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da povera gente, ci è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.» Questa conclusione del libro riesce un vero accento acuto; ed è meraviglia che, invece di accusare, come fecero alcuni critici, il Manzoni di aver talora imprestato a «povera gente» sentimenti troppo elevati, non siasi capito alla prima che, da profondo umorista, il Manzoni avea voluto far passare sè stesso per un povero diavolo che s’impicciò da poeta in avventure troppo romanzesche, per le quali non si sentiva nato, riserbandosi poi il diritto di burlarsene come critico, su per giù come il Cervantes avea fatto prima di lui, ma con maggior caricatura, nel suo