Pagina:Manzoni.djvu/269

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i promessi sposi. 267

merità la nostra il supporre che una delle persone più colpite doveva essere Niccolò Tommaseo: l’articolo critico ch’egli pubblicò nel fascicolo di ottobre del 1827 nell’Antologia, è forse, fra tutti gli articoli che si scrissero allora sopra i Promessi Sposi, il più malizioso. Il Tommaseo parla della «degnazione,» con la quale il Manzoni «si è abbassato a voler fare un romanzo,» e si domanda: «Chi mi sa dire per quali pensieri e sentimenti passasse lo spirito di quest’uomo singolare nel corso del suo lavoro? Chi mi sa dire se egli non l’abbia compiuto in uno stato di opinione molto diverso da quello, in cui l’ha cominciato?» Dopo aver censurato i caratteri de’ Promessi Sposi, trovato Renzo, per un villano, troppo gentile, Lucia priva di carattere, troppo poco villana, Agnese pesante, avvertito che il cardinal Federigo compare troppo tardi, che l’Innominato si converte troppo presto, dice: «Quel della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l’Autore, come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte de’ suoi traviamenti;» trova Don Abbondio quasi noioso, perchè troppo simile a sè stesso; il lepore

    bene, che il giudice gli disse: Avete ragione anche voi. C’era lì accanto un suo bambino di sette od ott’anni, il quale, giocando pian piano con non so qual balocco, non aveva lasciato di stare anche attento al contradittorio; e a quel punto alzando un visino stupefatto, non senza un certo che d’autorevole, esclamò: Ma babbo! non può essere che abbiano ragione tutt’e due! Hai ragione anche tu, gli disse il giudice. Come poi sia finita, o l’amico non lo raccontava, o m’è uscito di mente; ma è da credere che il giudice avrà conciliate tutte quelle sue risposte, facendo vedere tanto a Tizio, quanto a Sempronio, che se aveva ragione per una parte, aveva torto per un’altra.»