Pagina:Manzoni.djvu/297

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il manzoni e la critica. 295

una scena curiosa, della quale era stato spettatore molt’anni innanzi in casa d’un giudice di pace.

Il Manzoni imitò spesso la tattica di quel giudice di pace, ne’ giudizii che gli toccò proferire, sedendo in tribunale; ma, a quattr’occhi, coi più intimi amici, diede sempre torto o ragione a chi l’aveva. Grande coraggio personale egli non ebbe forse mai; ma la sua mente ardita non si arrestò innanzi ad alcuna difficoltà, anzi le dominò sempre tutte come sovrana. Egli non avrebbe, per un esempio, mai scritta una riga da pubblicarsi in favore d’un libro del Tommaseo, o contro di esso; ma, quando egli pubblicava in Francia il romanzo Fede e Bellezza, ove l’eroe passa per molte avventure erotiche per arrivare poi ad una specie di gesuitica compunzione, il Manzoni lo definiva, in un crocchio d’amici, con due parole: metà Giovedì grasso, metà Venerdì santo. Al Borghi imitatore degl’Inni Sacri egli era stato, per lettere, generoso di lodi soverchie; se ne pentì in appresso, e ne’ discorsi famigliari con gli amici temperò il soverchio in modo che il povero innaiuolo toscano ne rimaneva annientato. Fu invece largo sempre di lodi sincere al Grossi, al Rosmini, al Torti, al Giusti, a proposito del quale rispondeva a chi gli faceva osservare che anche in Toscana la lingua si va corrompendo, col parafrasare le parole della Bibbia relative a Sodoma e Gomorra: "Dieci Giusti bastano a salvare la città."

Nel Dialogo dell’Invenzione, il Manzoni mette senza dubbio in iscena sè ed il Rosmini, sebbene non lo dica: anzi egli dà il nome di Primo all’uno, di Secondo all’altro, dicendo: "Guai a me se mettessi in