Pagina:Manzoni.djvu/32

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30 il manzoni e il parini.

con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi malamente col dire che allora egli era «un ragazzaccio che non sapeva nulla di nulla.» Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d’incontrarlo. Chè se, al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de’ Nobili, il giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote di Cesare Beccaria, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell’animo una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il Giorno e che, sul fine della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente qualche verso del suo Parini.1

Quando, nel settembre dell’anno 1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio allegorico intitolato: L’Adda, egli lo accompagnava con una lettera, di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d’ingegno era già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: «Voi mi avete più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi vedere che non sono nè l’uno nè l’altro, vi mando questi versi.»2 Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi, per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa. Nel-

  1. Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del Giorno.
  2. Cfr. il libro del signor Romussi, Il Trionfo della libertà.