Pagina:Manzoni.djvu/55

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il manzoni e vincenzo monti. 53

dicenne, Trionfo della libertà, ammirando più che altro la gloria di colui che chiamavano allora il Dante ringentilito, egli aveva glorificato e difeso contro i suoi detrattori il suo maestro Vincenzo Monti. Questo magnifico ed enfatico elogio del Monti fatto dal giovinetto Manzoni merita di venir riscontrato col famoso iperbolico epigramma, col quale ei lo piangeva morto, dopo ventott’anni:

   Salve, o Divino, cui largì natura
        Il cor di Dante e del suo Duca il canto;
        Questo fia ’l grido dell’età ventura,
        Ma l’età che fu tua tel dice in pianto.


Piacque al giovine Manzoni la gloria del suo maestro, ed è ben chiaro dal fine del saluto del nostro mirabile giovinetto al Monti, ch’egli sperava già o ardeva, almeno, del desiderio di acquistarne una simile:

   Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
        Fai de’ tuoi carmi e trapassando pungi
        La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.
   Tu il gran cantor di Beatrice aggiungi
        E l’avanzi talor; d’invidia piene
        Ti rimirali le felle alme da lungi,
   Che non bagnâr le labbia in Ippocrene,
        Ma le tuffâr ne le Stinfalie fogne,
        Onde tal puzzo da’ lor carmi viene.
   Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
        De l’arte sacra! Augei palustri e bassi;
        Cigni non già, ma corvi da carogne.
   Ma tu l’invida turba addietro lassi
        E, le robuste penne ergendo, come
        Aquila altera, li compiangi e passi.