Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/220

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Palumbo

Dieci anni fa, mi ricordo, passavamo l’Equatore come oggi. Tra il caldo e i vini scoppiò una rissa infernale. Nella sala da pranzo, cosi, alla tavola vicina alla mia. La scena è stata fulminea tra il fratello e il marito di una bellissima argentina. Rancori antichi, non si capiva nulla. Come un forsennato il marito spaccò una bottiglia sulla testa del cognato. Questi gli sparò contro due rivolverate fortunatamente andate a vuoto. Faceva un caldo da dare la pazzia. Si vedeva doppio e triplo, come oggi, Uff!... Io salgo.

Si alza, saluta ed esce.

Nel salone da pranzo sono rimasti Wull, Pollanti e Dorville nelle loro tre poltroncine col braccio destro abbandonato e relativo sigaro che brucia il tappeto. Sonnecchiano congestionati. Hanno tutti e tre la faccia rivolta alle finestre. Vicino a loro Aurora Carmen nella sua poltroncina minaccia l’Oceano con le cupole giranti della sua fortezza di mammelle. Gli spettatori di terza classe appollaiati sul tetto della cucina e dell’equipaggio e che dominano lo schermo scoppiano in una risata fragorosa, poi ammutoliscono presi dall’interesse del film. Ad un tratto nella cornice della seconda finestra del salone da pranzo appare un ufficiale di marina, profilo duro aggressivo di nordico biondo, uniforme insudiciata e gesto brutale.

Il Comandante di sottomarino

aggressivamente:

Arrendetevi e consegnatemi la nave! Conosco il carico. Transatlantico italiano. Passeggeri inglesi e americani. Evitatemi un consumo di munizioni e di sangue! Datemi tutto il blocco e poche parole!


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