Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/50

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Mabima

con tenerezza:

Io ti ammiro. Vedo con gioia propagarsi la luce del tuo genio e il calore della tua bontà. Ma dimmi: quale nuovo tormento ti agita? Non temi di consumare la tua vita per ridare la vita a quei malati? Sono tutti divorati dal male, ma ne godono! Non vogliono guarire! Vogliono agonizzare nella febbre inebriante e visionaria che li distrugge. Sono felici di essere spodestati e vinti dai serpenti. Comprendo la loro agonia; mi amano, dono anch’io, a poco, a poco, al voluttuoso oblio di tutto. Vivo anch’io nell’ombra morbida e vellutata del meravigliante fantasma azzurro che visita ogni notte la foresta: il Ricordo. Non temo più i serpenti. Mi amano e mi difendono. Non temo più la febbre visionaria. Sono una languida febbre d’amore che ricorda i molti tuoi baci passati e ne invoca ancora tanti, tanti.

Kabango

Vieni, Mabima, fra le mie braccia. Lasciami stendere il mio corpo affranto. I tuoi occhi hanno una luce verde più dolce di quelle della foresta. Luce queta, sicura e senza serpenti!... Maledetti serpenti! Avevo dimenticata la loro morsicatura!

Mabima

chiamando Lanzirica, che si è allontanato:

Vieni presto a curare Kabango!... E tu adàgiati bene. Aiuterò Lanzirica io stessa. Ho un balsamo per le ferite.

Lanzirica

inginocchiato dopo avere attentamente guardato il piede di Kabango:

Kabango, sei stato morsicato dal Naia nero! Riconosco il suo veleno dalle striature viola che circondano la piaga. Occorre aprire profondamente la carne, senza aspettare.


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