Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/53

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Lanzirica

Ho tagliato profondamente. Ora purificherò la piaga di questa pietra porosa. Dopo vi introdurrò questo osso calcinato...

Kabango

Sei un poeta geniale, Lanzirica. Sei riuscito a distrarmi dal lacerante dolore. Ma non conosci tutte le fontane. Queste che cantano ora, soffrono di rimanere tristi e vane come le vene d’un vile. Bisogna canalizzarle perchè dissetino i lavoratori del Sinrun e godano di portare mercanzie. Pigiate e cullate nelle coffe dei cammelli, le mercanzie attraverseranno il deserto sognando il mare, grande mercante instancabile. Si parte sul mare poveri, e si ritorna ricchi, deridendo gli uccelli che cercano ovunque alberi di navi per riposarsi. Saprò io mutare la forza di queste fontane in velocità di ruote e in luci di lampade più chiare del sole, e in motori che costruiranno motori. Questi, come veri cuori palpiteranno nei nuovissimi uccelli di metallo e tela, capaci di varcare mari deserti senza posarsi mai.

Lanzirica

Vissi un tempo in una bela oasi... (riprendendo accuratamente la medicazione della piaga) tanto bella, che il mare se ne innamorò. Per sedurla, il mare perfezionò le sue musiche vegetali, imitò l’immane intrico degli alberi e delle liane, con un aggrovigliamento di vele e di cordami che avevano per frutta marinai salutanti, e per foglie le loro garrenti nostalgie. In quel porto improvvisato, i pesci guizzavano tra le carene, col lampeggio d’oro e argento che riempie i forzieri dei mercanti. L’oasi non si commosse. Allora il Mare mostrò la sua magnetizzante moneta d’oro: il Sole. Ma l’oasi rifiutò il sole, e preferì morire sotto la sua coltre di sabbie monotone.

Ruggito di leone vicinissimo mediante un Ululatore.

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